Lo sterminio dei cristiani e un grazie a Mattarella, anche per l’aggettivo

15 AGO 20
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Al direttore - Caro Veronesi sei figo, ma Dio lo è più di te. Per creare il mondo non ha neanche avuto bisogno di esistere.
Umberto Silva
Al direttore - La sua analisi sullo sterminio dei cristiani in medio oriente è articolata, congrua, equilibrata, da condividere in pieno. Ma se ci interroghiamo sul perché sia così, senza pretesa alcuna di arrivare alla causa prima, quella siamo noi stessi, piaccia o no, l’incipit è nel “complesso di colpa” che ci ammorba e ci paralizza. Solo dei minus habens o dei torvi opportunisti, possono sposare la tesi che tutte le infamie compiute dall’uomo, siano attribuibili solo alla nostra cultura/civiltà. Ne abbiamo fatte tante, ma non più e diversamente dalle altre. Ubriachi di libertà, che chissà perché ci nega poi quella di reagire, rattrappiti nel complesso di colpa che impedisce di intervenire alle prime avvisaglie, succubi di un giustificazionismo imbecille verso le cause degli attacchi che subiamo, prigionieri di un concetto di “giusto” che ciascuno piega a proprio comodo, arriviamo al proverbio/dogma “Chi è causa dei suoi mal pianga se stesso”, e rifiutiamo l’altro, “Aiutati che Dio t’aiuta”. Ovvio che semplifico e sintetizzo, ma è l’unica strada per uscire dal mantra della “complessità”. Indubbiamente esiste ma diventa inaccettabile come terreno di confronto quando in suo nome ci creiamo gli alibi per non far nulla. Oggi è così, domani sarà un altro giorno.
Moreno Lupi
Al direttore - Se i cristiani sono macellati in tutte le nazioni questo avviene perché dopo duemila anni Gesù Cristo non è ancora conosciuto. Si continua a dire che le tre religioni abramitiche hanno una comune origine, cosa che equivale a dire che l’uomo ha una ascendenza nei primati da cui proviene per devoluzione. La scomparsa di Girard proprio in questi tempi dovrebbe raccogliere tutti i Soloni delle religioni e della politica intorno al principio di ogni religione, che è il sacrificio. Gli dèi hanno sete e chiedono agli uomini il sacrificio dei loro figli e delle loro cose come tassazione per il favore della vita che essi concedono. Il mito di Ifigenia trattato da Lucrezio ha vaccinato la cultura occidentale contro tale superstizione, come la storia di Abramo, che vede sostituita la vittima del figlio sull’altare da un agnello collocato in sua vece dall’angelo. La liberazione dell’umanità dalla crudeltá sacrificale è avvenuta in occidente per via gnostica e nel cristianesimo per via carismatica. Comunque è rimasta nel canone linguistico e culturale l’idea che il sacrificio sia legato a una privazione e non a una donazione. Tutti noi diciamo che chi fa sacrifici è colui che si priva di cose (ogni avaro sarebbe cosí un sacerdote, e in realtà lo è, un sacerdote dell’inferno) mentre il sacrificio cristiano è una donazione del Padre che donando il Figlio, per il quale non c’è equivalenza soddisfattoria, siamo per sempre liberati dal sacrificio come superstizione e fatti liberi. Nell’islam manca la vittima soddisfattoria e allora l’offerta avviene attraverso i divieti del Ramadan, dalla uccisione degli idolatri per finire alla uccisione di se stesso per obbedire a Dio. Noi non abbiamo un Dio crudele, come quello di Abramo prima che divenisse padre di molte genti. Perciò la religione o è santa o è una superstizione, una religio, come diceva Lucrezio, un Dio che chiede il sangue come viatico del Paradiso, come chiedeva ad Agamennone l’immolazione della figlia come passaporto per Troia.
Luca Sorrentino
Al direttore - Sulla questione dei diritti universali, come ha scritto Sergio Mattarella sul Foglio di sabato, mi permetto di ricordare al presidente che i musulmani hanno la loro Carta dei diritti, che non è esattamente uguale a quella sottoscritta dal resto del mondo. La Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’islam (1990), infatti, all’articolo 10 recita: “L’islam è una religione intrinsecamente connaturata all’essere umano. E’ proibito esercitare qualsiasi forma di violenza sull’uomo o di sfruttare la sua povertà al fine di convertirlo a un’altra religione o all’ateismo”. Il problema è che noi continuiamo a pensare che l’islam sia una religione come un’altra, e soprattutto evoluta come il cristianesimo. Purtroppo non è così. E la realtà non fa che ricordarcelo.
Fabrizia Lucato
Al direttore - Bene l’articolo del presidente della Repubblica sul Foglio a proposito del genocidio dei cristiani. Vorrei anche ricordare che oltre 60 anni fa le comunità ebraiche dei paesi arabi e del Maghreb da molti secoli apparentemente integrate in quei paesi e che ne avevano promosso lo sviluppo civile e intellettuale dovettero massicciamente fuggire altrove per l’estremismo islamico imperante, forse ben prima dei grossi problemi occorsi alle comunità cristiane, ma il mondo occidentale non colse la gravità della ferita e riferì al trauma Palestina quegli eventi indecenti e di intolleranza inaccettabile. Questa sottovalutazione è ancora in atto e conduce parte dell’opinione pubblica a schierarsi con gli arabo-islamici. L’intolleranza seguita a giuocare in una guerra senza tregua nel medioriente, intolleranza ed estremismo che accomunano le varie violenze di Stato islamico, califfato, Al Qaida, intifada.
Giorgio Coen
Del testo che il presidente della Repubblica ha offerto al Foglio sabato scorso c’è un passaggio in particolare che merita di essere appuntato a futura memoria: “Il fondamentalismo e il radicalismo di matrice islamista, esplosi di recente e alimentati all’interno di vaste regioni dell’Africa e del medioriente, hanno tragicamente accresciuto le dimensioni di questa vera e propria emergenza planetaria”. E il fatto che il capo dello stato abbia scelto di aggiungere un aggettivo (“islamista”) accanto alla parola “fondamentalista” è un atto non scontato, e culturalmente importante.
Al direttore - Grazie presidente per il suo testo. Se l’uomo è persona dovunque nasca, l’umanità è tenuta a considerarsi composta di fratelli. E se le religioni, per diversità di storia e distanza di patrie, adorano Dio sotto diverso nome, è evidente che debba riferirsi ad uno stesso Dio, creatore di tutti e datore di una medesima vita umana, che la comune ragione non può che veder realizzata in una pacifica convivenza, solidale a condividere pienamente il miglior benessere possibile, in parità di diritti e doveri reciproci, a cominciare dal rispetto, reciproco. In breve, quell’ideale di Civiltà condivisa definita dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che fu ed è fondamento ideale delle Nazioni Unite. E che finora non presenta miglioramenti possibili, se non l’urgenza e l’esigenza di correggere ed evitare disastrose iniziative del tutto incoerenti e contraddittorie dei princìpi medesimi. L’Italia, con la sua millenaria storia di ponte e di sintesi tra le più antiche civiltà, e in particolare grazie all’esperienza storica di primo grande Impero costituitosi aggregando popoli del tutto diversi elevandoli col “diritto”, anziché la violenza, alla dignità di “civis”, può e deve dare ancora un contributo molto importante alla soluzione dei problemi attuali e futuri. Ma bisogna che ognuno di noi torni a riposizionarsi la propria testa sul collo. Altrimenti, non è escluso che qualcun altro, vedendocela vaneggiare nel vuoto delle mode ideologiche che ci stanno rendendo un popolo terminale di apolidi culturali e di dispersi mentali per di più suicidi tra droghe e aborti, non pensi di staccarcela del tutto. Perciò: armiamoci (di Civiltà ), e… restiamo!
Romano Bergamaschi
Al direttore - “La persecuzione a carattere religioso, infatti, non è mai a se stante, ma è parte della violazione, feroce e sistematica, delle libertà fondamentali dell’uomo”. Da questa condivisibile affermazione del nostro presidente della Repubblica credo che possa discendere il possibile percorso per combattere il fondamentalismo religioso e la matrice culturale di cui esso è fattore degenere: contribuire al rafforzamento della laicità degli stati e dei loro ordinamenti; attuare la deistituzionalizzazione delle religioni. Le religioni istituzionalizzate violano sistematicamente, talvolta ferocemente, le libertà fondamentali dell’uomo. In Europa, e in Italia molto alacremente, abbiamo coltivato l’illusione di mettere mano al superamento del ‘900 con l’impianto culturale del ‘600; e abbiamo trascorso gli ultimi vent’anni ad ubriacarci di retorica per convincerci che questa restaurazione rappresenta la modernità.
Claudio Boiocchi
Al direttore - Cito “Cristiani in ogni latitudine decapitati, crocefissi, bruciati vivi”. Che cos’è se non una guerra di religione, alla nostra religione? E tuttavia: “Scendere sul loro terreno, che è quello dello scontro di civiltà o di religione, sarebbe un grave errore”. Vorrei capire come si può fermare una guerra che ci viene fatta senza essere consapevoli che si tratta di una guerra. E quindi scendere non sul loro terreno, ma semplicemente scendere in campo, combattere. La natura dell’islam è la conquista, la lotta all’infedele. E non è cambiata nel corso dei secoli. Le coste della penisola italiana sono piene di torri di avvistamento. A cosa saranno mai servite? Per avvistare i pirati saraceni che compivano razzie lungo le nostre coste uccidendo, rubando e rapendo donne per farle schiave, e bambini per convertirli all’islam. I Turchi facevano lo stesso e i bambini convertiti diventavano giannizzeri. Questo era l’equivalente storico degli attuali attacchi terroristici, con la differenza che allora i musulmani non erano fra di noi.
Non metto in dubbio che molti di loro siano brave persone, ma vediamo la difficoltà che hanno nel condannare senza se e senza ma quello che accade. Un recente sondaggio parla dell’80 per cento di musulmani italiani contrari a queste stragi. Se in Italia ce ne sono 1.600.000, vuol dire che 320.000 approvano. Ma io penso che siano sondaggi sbagliati, la sensazione che si ha è che i contrari siano molto di meno, e molti di più quelli che se ne fregano.
Quanto all’Indonesia, può essere l’eccezione che conferma la regola, ma sta di fatto che in un recente passato ci siano stati anche lì attentati (e non pochi) contro i cristiani.

Lorenzo Tocco
Al direttore - Avendomi recensori severi e blogger irritabili accusato, ai tempi, di avere scritto con “Gli sdraiati” un patetico pistolotto senile contro i giovani, che cosa le salta in mente di definirmi, per giunta in testata di prima pagina, “il profeta degli Sdraiati”? Non ci capisco più niente: che cosa ho scritto dunque, un anatema contro lo sdraio occidentale o un’apologia del medesimo?
Michele Serra